DIALOGO TRA UN UOMO ED UN CARDELLINO
testo dell'Ing. Vincenzo della Vecchia

Propongo questa volta ai miei lettori un articolo diverso dal solito: niente suggerimenti o esperienze di allevamento, ma, credo, qualcosa di più. Il protagonista di questa storia l'abbiamo chiamato Allevatore: con la maiuscola, perché la sua etica , e forse anche i suoi dubbi, dovrebbero essere quelli di chiunque si fregi di questo nobile titolo.
Consigliamo i lettori che non l'abbiano già fatto, di leggere prima di questo l'articolo "I cardellini e l'istinto della paura", su questo stesso sito.


"Guarda che se non lo liberi immediatamente,rischia di morire".
Di nuovo l'Allevatore di Cardellini aveva dato quel consiglio, e di nuovo non era stato ascoltato. Tornava adesso da un suo conoscente, che l'aveva chiamato perché un suo cardellino da poco catturato,diceva, senza nessun motivo apparente aveva arruffato le piume e non mangiava da un giorno. Aveva sperato di trovarlo almeno sul posatoio: invece l'uccelletto sostava in un angolo della gabbia, respirando affannosamente; la fronte spiumata e sanguinante provava con quanta tenacia aveva cercato di combattere contro le sbarre. Essendosi troppo indebolito, era inutile a quel punto liberarlo:era un uccello già morto, era solo questione di tempo. L'Allevatore comunicò questa notizia seccamente al suo conoscente, e gli spiegava di nuovo perché quel cardellino così timido non doveva essere ingabbiato;ma non riteneva di poter convincere il suo interlocutore più di quanto non lo ritenesse qualche giorno prima. Infatti questi aveva dei dubbi riguardo al fatto che fosse solo la paura la causa della morte di tanti cardellini di cattura, ritenendo, come del resto anche suo padre e suo nonno, del tutto naturale e inevitabile questa situazione. Senza contare che il cardellino avrebbe potuto riprendersi da un momento all'altro....ma scusa, come fai ad essere sicuro di no?Te l'ha detto lui in un orecchio? Haha! E senti, se provassimo a farlo mangiare?Mettiamo a bollire dei semi , tu gli tieni il becco aperto e io glieli infilo in bocca... troppo tardi?ma come troppo tardi? E che faccio, prima li compro e poi li libero...cosa c'è?
Il piccolo cardellino si era rovesciato su un fianco, con gli occhi quasi completamente chiusi, e aveva richiamato le zampe vicino al corpo. Alzò la testa non ancora completamente mutata, come per tentare di rimettersi in piedi,e rimase poi così fisso, come imbalsamato.Il suo amico continuava a parlare, ma l'Allevatore non gli prestava quasi ascolto; si sentiva pieno di tristezza per quella creaturina che avrebbe dovuto volare insieme ai suoi fratelli e ai suoi genitori, che sarebbe dovuto stare nel suo pezzo di cielo,a prendere il sole tra i cardi, e che invece era da solo in quella gabbietta,accosciato tra i suoi escrementi ,senza nemmeno poter capire il perché. Non tutti gli uccelli,si dice, sono fatti per la gabbia: è vero,quello non lo era. All'improvviso si destò dal torpore che l'aveva preso: ebbe un sussulto, poi tremò un poco, spalancò il becco e morì.
E l'Allevatore si sentì sollevato.

***

Tornando a casa, fu assalito da brutti pensieri, che lo resero cupo e maldisposto.Non era certo il primo cardellino che vedeva morire:ma ogni volta che accadeva,la vecchia ferita, che aveva da quando aveva iniziato ad allevare uccelli, tornava a riaprirsi e a far male."Gli uccellini sono nati per volare":questa frase, che aveva sentito da un bambino anni addietro, in certi momenti riusciva a tormentarlo, perché aveva il potere di far ricomparire dubbi che parevano scomparsi, e di far vacillare conclusioni che riteneva definitive.Varcata la soglia, si accorse che nessuno era in casa, e si diresse nella sua camera;meccanicamente il suo sguardo andò alla gabbia che era sopra l'armadio, con il suo ospite che saltellava vivacemente da un posatoio all'altro.In realtà, la stanza d' allevamento con gli uccelli si trovava nella veranda in giardino; ma a quello l'Allevatore era tanto affezionato che aveva combattuto per giorni contro sua moglie per farglielo tenere in casa. Quel cardellino l'Allevatore l'aveva trovato ai piedi di un albero che aveva pochi giorni, inerme e pigolante, e l'aveva preso deciso a liberarlo quando fosse stato grandicello; ma poi non ebbe cuore di separarsene, e così aveva divisato di tenerlo con sé.L'Allevatore sapeva che, essendo stato ingabbiato giovanissimo, non avrebbe mai condiviso la sorte di quello che aveva visto nel pomeriggio; e non si era sbagliato.Era passato più di un anno da allora, e il cardellino,che aveva chiamato Pallottola, era cresciuto e godeva ottima salute: piluccava il suo seme quando aveva fame( facendo disperare l'Allevatore perché sceglieva sempre quelli scuri, scartando con ogni cura il miglio e la scagliola), cantava nel periodo degli amori, compiva le sue simpatiche oscillazioni di corteggiamento verso la canarina che era con lui, con la quale si era anche accoppiato.Cosa c'era tra quello che avrebbe fatto da libero, che non facesse anche nella sua gabbia?Come poteva sapere cos'era la libertà, se non era mai stato libero?Era nato in una gabbia; non era,non doveva essere la gabbia il suo mondo? L'Allevatore sapeva che la felicità e la tristezza, e simili cose, sono affezioni soltanto dell' animo umano, ma in quel momento era in una disposizione tale che volle illudersi del contrario; in quel momento volle dimenticare le sue teorie, e credere così alla dolcezza del paffuto pettirosso, e alla felicità del passero che cinguetta.Così andava cercando quella felicità anche in Pallottola, e non potè trattenersi dal sussurrargli:
"Allora, sentiamo:sei felice?".
"Pì,pì,piripì!".Il cardellino ,vedendolo avvicinarsi, si era aggrappato alla parete più lontana da lui,e girava rapidamente la testa all'indietro, per tenere d'occhio i suoi movimenti.
Ecco, non risponde, pensò l'Allevatore, mentre un effimero sorriso gli increspava le labbra.Cosa c'era tra quello che avrebbe fatto da libero, che non faceva nella sua gabbia?Aveva perso il conto di quante volte si era fatta quella domanda, ma tutte le volte era sbucata quella voce a rispondere:"sono nati per volare".Ecco cosa:volare! Nella sua gabbia non può volare...forse è davvero questo il loro destino.E allora con quale diritto noi sottraiamo a Madre Natura i suoi figli? Pensando a Madre Natura sorrise una seconda volta:lui che professava il materialismo meccanicistico, credere a queste favole!Dopotutto, ecco quello che ha fatto Madre Natura, ha lasciato cadere questo cardellino dal nido, e avrebbe lasciato che morisse,se non l'avessi preso con me...
"pliò,zeo,zeo!"La familiare vocalizzazione di Pallottola ebbe il potere di distogliere l'Allevatore dalle speculazioni in cui si era immerso, ed in cui ,come per esperienza sapeva,sarebbe tra breve rimasto impantanato.Probabilmente non avrebbe mai risposto alla domanda se sia giusto o no chiudere i cardellini in gabbia, non c'era riuscito le altre volte e non ci sarebbe riuscito in quella; quello di cui era sicuro, però, era che un numero enorme di uccelli doveva la vita agli appassionati, quegli stessi appassionati che ne tenevano in gabbia qualcuno. Poco prima aveva voluto cullarsi in una dolce illusione; in quell' attimo però se la scrollò di dosso come un inutile fardello.In realtà, pensò, gli uccelli non hanno coscienza delle loro azioni,cantano,volano, costruiscono i loro nidi, ma non ne sanno nulla,semplicemente è così che si sentono di fare e lo fanno.E allora la propria superiorità ,come essere pensante, su quella Madre Natura che non era altro che un sogno, non consisteva nel poter mettere un bastone in quei meccanismi che condannavano a morte il quarto nidiaceo, un uccello malato o con un ala rotta? Fu in quel momento che gli tornarono alla memoria quei versi meravigliosi del Poeta:

Come le pecorelle escon dal chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette, atterrando l'occhio e 'l muso
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno


Frattanto il cardellino, del tutto ignaro dei gravi pensieri che agitavano la mente del suo padrone, era sceso su una vaschetta dei semi e ne aveva estratto un grano di canapa, che poi, risalito sul posatoio, prese a mangiucchiare con gusto,con la solita l'abilità nel liberarlo dalla buccia per cibarsi del germoglio all'interno. "Quante volte devo dirti che i semi scuri sono i più grassi?Devi mangiare anche la scagliola!Capito?" lo apostrofò l'Allevatore,e subito dopo scoppiò in una gran risata;ma il cardellino non fece una piega, e si limitò a sollevare le piume della testa, guardandolo con una certa sufficienza.
Cosa poteva saperne lui di Madre Natura, della libertà, di quello che era giusto e di quello che era sbagliato?L'Allevatore era sicuro che Pallottola non soffriva affatto, ma che anzi, nella sua piccola gabbia e con la sua canarina si trovava benissimo, perché per lui la libertà era quella; l'Allevatore di questo era certissimo: ogni volta che lo guardava ne aveva la prova.Egli però sapeva che se l'avesse liberato, in poco tempo avrebbe irrobustito i muscoli del petto, avrebbe imparato a volare e si sarebbe presto dimenticato di lui; tutto sarebbe stato come se non fosse mai stato catturato. Era questo, in fondo, il segreto cruccio dell'Allevatore di Cardellini.
D'improvviso un rumore interruppe il flusso dei suoi pensieri: c'era qualcuno che stava rincasando, e del resto era ormai abbondantemente ora di cena.
Solo in quel momento parve rendersi conto che stava parlando ormai da un po' con un uccelletto,che non poteva capirlo:ma, chissà perchè, malgrado tutto non pensava di aver perso tempo.Così gli disse con un filo di voce,per non farsi sentire da sua moglie :"Ma perché non posso farti sapere quanto ti voglio bene?".
Però stavolta il cardellino non rispose con uno dei suoi versi:aveva posato la piccola testa sotto l'ala, e si era addormentato.


Vincenzo della Vecchia
fisioterap@inwind.it