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Propongo questa volta ai miei lettori un articolo
diverso dal solito: niente suggerimenti o esperienze di allevamento, ma,
credo, qualcosa di più. Il protagonista di questa storia l'abbiamo
chiamato Allevatore: con la maiuscola, perché la sua etica , e forse
anche i suoi dubbi, dovrebbero essere quelli di chiunque si fregi di
questo nobile titolo.
Consigliamo i lettori che non l'abbiano già fatto, di leggere prima di
questo l'articolo "I cardellini e l'istinto della paura", su questo
stesso sito.
"Guarda che se non lo liberi immediatamente,rischia di morire".
Di nuovo l'Allevatore di Cardellini aveva dato quel consiglio, e di
nuovo non era stato ascoltato. Tornava adesso da un suo conoscente, che
l'aveva chiamato perché un suo cardellino da poco catturato,diceva,
senza nessun motivo apparente aveva arruffato le piume e non mangiava da
un giorno. Aveva sperato di trovarlo almeno sul posatoio: invece
l'uccelletto sostava in un angolo della gabbia, respirando
affannosamente; la fronte spiumata e sanguinante provava con quanta
tenacia aveva cercato di combattere contro le sbarre. Essendosi troppo
indebolito, era inutile a quel punto liberarlo:era un uccello già morto,
era solo questione di tempo. L'Allevatore comunicò questa notizia
seccamente al suo conoscente, e gli spiegava di nuovo perché quel
cardellino così timido non doveva essere ingabbiato;ma non riteneva di
poter convincere il suo interlocutore più di quanto non lo ritenesse
qualche giorno prima. Infatti questi aveva dei dubbi riguardo al fatto
che fosse solo la paura la causa della morte di tanti cardellini di
cattura, ritenendo, come del resto anche suo padre e suo nonno, del
tutto naturale e inevitabile questa situazione. Senza contare che il
cardellino avrebbe potuto riprendersi da un momento all'altro....ma
scusa, come fai ad essere sicuro di no?Te l'ha detto lui in un orecchio?
Haha! E senti, se provassimo a farlo mangiare?Mettiamo a bollire dei
semi , tu gli tieni il becco aperto e io glieli infilo in bocca...
troppo tardi?ma come troppo tardi? E che faccio, prima li compro e poi
li libero...cosa c'è?
Il piccolo cardellino si era rovesciato su un fianco, con gli occhi
quasi completamente chiusi, e aveva richiamato le zampe vicino al corpo.
Alzò la testa non ancora completamente mutata, come per tentare di
rimettersi in piedi,e rimase poi così fisso, come imbalsamato.Il suo
amico continuava a parlare, ma l'Allevatore non gli prestava quasi
ascolto; si sentiva pieno di tristezza per quella creaturina che avrebbe
dovuto volare insieme ai suoi fratelli e ai suoi genitori, che sarebbe
dovuto stare nel suo pezzo di cielo,a prendere il sole tra i cardi, e
che invece era da solo in quella gabbietta,accosciato tra i suoi
escrementi ,senza nemmeno poter capire il perché. Non tutti gli
uccelli,si dice, sono fatti per la gabbia: è vero,quello non lo era.
All'improvviso si destò dal torpore che l'aveva preso: ebbe un sussulto,
poi tremò un poco, spalancò il becco e morì.
E l'Allevatore si sentì sollevato.
***
Tornando a casa, fu assalito da brutti pensieri, che lo resero cupo e
maldisposto.Non era certo il primo cardellino che vedeva morire:ma ogni
volta che accadeva,la vecchia ferita, che aveva da quando aveva iniziato
ad allevare uccelli, tornava a riaprirsi e a far male."Gli uccellini
sono nati per volare":questa frase, che aveva sentito da un bambino anni
addietro, in certi momenti riusciva a tormentarlo, perché aveva il
potere di far ricomparire dubbi che parevano scomparsi, e di far
vacillare conclusioni che riteneva definitive.Varcata la soglia, si
accorse che nessuno era in casa, e si diresse nella sua
camera;meccanicamente il suo sguardo andò alla gabbia che era sopra
l'armadio, con il suo ospite che saltellava vivacemente da un posatoio
all'altro.In realtà, la stanza d' allevamento con gli uccelli si trovava
nella veranda in giardino; ma a quello l'Allevatore era tanto
affezionato che aveva combattuto per giorni contro sua moglie per
farglielo tenere in casa. Quel cardellino l'Allevatore l'aveva trovato
ai piedi di un albero che aveva pochi giorni, inerme e pigolante, e
l'aveva preso deciso a liberarlo quando fosse stato grandicello; ma poi
non ebbe cuore di separarsene, e così aveva divisato di tenerlo con
sé.L'Allevatore sapeva che, essendo stato ingabbiato giovanissimo, non
avrebbe mai condiviso la sorte di quello che aveva visto nel pomeriggio;
e non si era sbagliato.Era passato più di un anno da allora, e il
cardellino,che aveva chiamato Pallottola, era cresciuto e godeva ottima
salute: piluccava il suo seme quando aveva fame( facendo disperare
l'Allevatore perché sceglieva sempre quelli scuri, scartando con ogni
cura il miglio e la scagliola), cantava nel periodo degli amori, compiva
le sue simpatiche oscillazioni di corteggiamento verso la canarina che
era con lui, con la quale si era anche accoppiato.Cosa c'era tra quello
che avrebbe fatto da libero, che non facesse anche nella sua gabbia?Come
poteva sapere cos'era la libertà, se non era mai stato libero?Era nato
in una gabbia; non era,non doveva essere la gabbia il suo mondo?
L'Allevatore sapeva che la felicità e la tristezza, e simili cose, sono
affezioni soltanto dell' animo umano, ma in quel momento era in una
disposizione tale che volle illudersi del contrario; in quel momento
volle dimenticare le sue teorie, e credere così alla dolcezza del
paffuto pettirosso, e alla felicità del passero che cinguetta.Così
andava cercando quella felicità anche in Pallottola, e non potè
trattenersi dal sussurrargli:
"Allora, sentiamo:sei felice?".
"Pì,pì,piripì!".Il cardellino ,vedendolo avvicinarsi, si era
aggrappato alla parete più lontana da lui,e girava rapidamente la testa
all'indietro, per tenere d'occhio i suoi movimenti.
Ecco, non risponde, pensò l'Allevatore, mentre un effimero sorriso gli
increspava le labbra.Cosa c'era tra quello che avrebbe fatto da libero,
che non faceva nella sua gabbia?Aveva perso il conto di quante volte si
era fatta quella domanda, ma tutte le volte era sbucata quella voce a
rispondere:"sono nati per volare".Ecco cosa:volare! Nella sua gabbia non
può volare...forse è davvero questo il loro destino.E allora con quale
diritto noi sottraiamo a Madre Natura i suoi figli? Pensando a Madre
Natura sorrise una seconda volta:lui che professava il materialismo
meccanicistico, credere a queste favole!Dopotutto, ecco quello che ha
fatto Madre Natura, ha lasciato cadere questo cardellino dal nido, e
avrebbe lasciato che morisse,se non l'avessi preso con me...
"pliò,zeo,zeo!"La familiare vocalizzazione di Pallottola ebbe il
potere di distogliere l'Allevatore dalle speculazioni in cui si era
immerso, ed in cui ,come per esperienza sapeva,sarebbe tra breve rimasto
impantanato.Probabilmente non avrebbe mai risposto alla domanda se sia
giusto o no chiudere i cardellini in gabbia, non c'era riuscito le altre
volte e non ci sarebbe riuscito in quella; quello di cui era sicuro,
però, era che un numero enorme di uccelli doveva la vita agli
appassionati, quegli stessi appassionati che ne tenevano in gabbia
qualcuno. Poco prima aveva voluto cullarsi in una dolce illusione; in
quell' attimo però se la scrollò di dosso come un inutile fardello.In
realtà, pensò, gli uccelli non hanno coscienza delle loro
azioni,cantano,volano, costruiscono i loro nidi, ma non ne sanno
nulla,semplicemente è così che si sentono di fare e lo fanno.E allora la
propria superiorità ,come essere pensante, su quella Madre Natura che
non era altro che un sogno, non consisteva nel poter mettere un bastone
in quei meccanismi che condannavano a morte il quarto nidiaceo, un
uccello malato o con un ala rotta? Fu in quel momento che gli tornarono
alla memoria quei versi meravigliosi del Poeta:
Come le pecorelle escon dal chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette, atterrando l'occhio e 'l muso
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno
Frattanto il cardellino, del tutto ignaro dei gravi pensieri che
agitavano la mente del suo padrone, era sceso su una vaschetta dei semi
e ne aveva estratto un grano di canapa, che poi, risalito sul posatoio,
prese a mangiucchiare con gusto,con la solita l'abilità nel liberarlo
dalla buccia per cibarsi del germoglio all'interno. "Quante volte devo
dirti che i semi scuri sono i più grassi?Devi mangiare anche la
scagliola!Capito?" lo apostrofò l'Allevatore,e subito dopo scoppiò in
una gran risata;ma il cardellino non fece una piega, e si limitò a
sollevare le piume della testa, guardandolo con una certa sufficienza.
Cosa poteva saperne lui di Madre Natura, della libertà, di quello che
era giusto e di quello che era sbagliato?L'Allevatore era sicuro che
Pallottola non soffriva affatto, ma che anzi, nella sua piccola gabbia e
con la sua canarina si trovava benissimo, perché per lui la libertà era
quella; l'Allevatore di questo era certissimo: ogni volta che lo
guardava ne aveva la prova.Egli però sapeva che se l'avesse liberato, in
poco tempo avrebbe irrobustito i muscoli del petto, avrebbe imparato a
volare e si sarebbe presto dimenticato di lui; tutto sarebbe stato come
se non fosse mai stato catturato. Era questo, in fondo, il segreto
cruccio dell'Allevatore di Cardellini.
D'improvviso un rumore interruppe il flusso dei suoi pensieri: c'era
qualcuno che stava rincasando, e del resto era ormai abbondantemente ora
di cena.
Solo in quel momento parve rendersi conto che stava parlando ormai da un
po' con un uccelletto,che non poteva capirlo:ma, chissà perchè, malgrado
tutto non pensava di aver perso tempo.Così gli disse con un filo di
voce,per non farsi sentire da sua moglie :"Ma perché non posso farti
sapere quanto ti voglio bene?".
Però stavolta il cardellino non rispose con uno dei suoi versi:aveva
posato la piccola testa sotto l'ala, e si era addormentato.
Vincenzo della Vecchia
fisioterap@inwind.it
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